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STRADE DELLA ROMA PAPALE

Via della Lungaretta o Longaretta (R. XIII – Trastevere) (da piazza in Piscinula a Piazza Aponnonia)

La via fu così chiamata per la sua lunghezza e angustia . Oggi resta spezzata da viale di Trastevere. Era stata raddrizzata da Giulio II (Giliano Della Rovere - 1503-1513) che la chiamò “via Transtiberina” per essere parte della strada progettata con il proposito di continuarla, lungo il Tevere, fino a Ripa Grande.

Su questa strada vi dovette essere l’ingresso principale  del palazzo degli Anguillara, che doveva essere molto più grande dell’attuale, restaurato nel 1902, con annesse altre case [1]. L’antico palazzo doveva esser stato quasi ricostruito da Everso II, circa la metà del sec. XV, come appare dal suo stemma, sul caminetto del salone. Stemma della famiglia che Everso II sormontò con un cimiero e fu esclusivamente suo, così come si vede dal bassorilievo, scolpito in pietra, sulla facciata dell’ospedale Lateranense.
Dal cimiero esce un mezzo cinghiale, serrante tra i denti un’anguilla attorcigliata al suo collo, e la cui coda ricade all’indietro.

Pare che stesse a significare il censo annuo dovuto dagli Anguillara al monastero di S. Gregorio al Celio, per l’investitura di Castel di Guido.
Altri lo spiegano come il ricordo del terribile serpente ucciso dal capostipite presso Malagrotta, e per la quale azione ebbe in premio tutto il territorio che poteva percorrersi in un giorno.
La casata sembra abbia avuto origine da Raimone, ma prima notizia si ha di un suo discendente  Guastipane (e di un conte Belizone “qui appellatur de Anguillaria[2]), il figlio del quale, Guido, viene, sotto Benedetto VIII (Teofilatto II dei Conti di Tuscolo - 1012-1024), nominato già come proprietario del lago Sabatino (Bracciano).

In sintesi “stirpe di guerrieri e magistrati, di benefattori d’ospedali e di falsari di moneta, di senatori e di masnadieri, ora cercati a morte, ora reintegrati in decorosi cenotafi[3].

I principali feudi di questa famiglia, che possedette gran parte del Trastevere, erano nel territorio fra Viterbo, Bracciano e Sutri.

La tracotanza di tutta la razza, attraverso i secoli, è manifesta in un episodio accaduto a Carlo V, quando nell’aprile del 1536 venne in Roma, ospite dei Caffarelli [4] (vedi odierna via del Sudario; prima Monte de’ Cesarini, poi via Boccamazzi) nel loro palazzo, oggi Vidoni.
In un ricevimento alla nobiltà dato dall’imperatore nel suddetto palazzo, si trovava Titta dell’Anguillara, signore di Cere (l’antichissima etrusca Agylla, che allora non si chiamava ancora Cere vetus, l’odierna Cerveteri). Titta, visto che alcuni gentiluomini trattenevano in testa il berretto, si ricoprì anche lui.
Il cerimoniere, appena vistolo, gli si accostò e: “perché Vostra Signoria tiene il capo coperto” e Titta “perché aio lo catarrio” e quello “Davanti a Sua Maestà non è lecito coprirsi” ed all’accenno di Titta agli altri incappellati: “Ma quelli sono grandi di Spagna”. “Se quelli sono grandi di Spagna” aggiunse Titta, mettendo mano alla spada, “io sono grande a casa mia e chi non vorrà crederlo, l’avrà a far con me”. Avvertito Carlo V dal mormorio ed informato, disse al suo cortigiano in lingua spagnola: "Lassa perde!!" (traduzione libera).

Dopo alterne vicende [5], la famiglia fu definitivamente spogliata da Innocenzo VIII (Giovanni Battista Cybo - 1484-1492) ed anche la contea di Anguillara, che, insieme a Cerveteri, era governata dal nipote Franceschetto Cybo, passò il 3 gennaio 1493, per 15.000 ducati, definitivamente agli Orsini e nel 1695 agli Odescalchi che ancora la possiedono.

Carlo di Lorenzo di Stabio, ultimo degli Anguillara, è compreso nel 1746 nella “Bolla Urbem Romam” di Benedetto XIV (Prospero Morenzo Lambertini - 1740-1758) [6] fra i nobili coscritti romani, ma le case in Trastevere, già in rovina per cessata manutenzione, vendute fin dal secolo XVI [7] ad uno scrittore di Brevi, e riattate, furono poi ereditate dal Conservatore delle Zitelle di S. Eufemia, che concesse il palazzo in enfiteusi, nel 1827, ai Forti.

Fu uno di questi che sulla torre espose un presepio a giorno ed all’ingresso aveva posto questa lapide: “Questa torre, propugnacolo di guerrieri, carcere a captivi, vedeola il passeggero ed arretrava. Ma voi ospiti di ogni pioggia, entrate lieti. Ella è cuna di nascente Dio, pacifico Redentore”.
Nel 1887 il Comune di Roma espropriava il palazzo e torre [8]  e ne curava il totale restauro.

Al di là della parte demolita per la costruzione del Viale di Trastevere, prosegue la Lungaretta e subito a destra la chiesa di “S. Agata Trans Tiberim”, che dà il nome alla vicina via, e che, secondo un’antica tradizione, sarebbe stata la casa di Gregorio II (715-731) che, alla morte della madre, la trasformò in chiesa e monastero.
Concessa nel 1575 da Gregorio XIII (Ugo Boncompagni - 1572-1585) alla Congregazione della Dottrina Cristiana, fu ricostruita dai fondamenti e finita nel 1720.

Recentemente, dopo il ritiro degli “Operai della Dottrina cristiana" [9], l’arciconfraternita del Carmine l’ha restaurata e vi ha collocato la “Madonna de noantri”.
Ogni anno, in luglio, con solenne processione, viene trasportata a S. Crisogono dove resta per 8 giorni esposta alla venerazione dei fedeli.

Quasi di fronte, la via e la chiesa dell’ospedale di S. Gallicano per gl’infermi “neglectis reiectisque ab omnibus" (vedi Via S. Gallicano - Trastevere).

Dall’altro lato della strada la casa Ajani (al n. 97), dove il 25 aprile 1867 avvenne il combattimento, durato tre ore, fra 37 romani ed i soldati pontifici che dovevano arrestarli quali congiurati.
Vi morirono: Giuditta Tavani Arquati [10], Francesco Arquati, Giuseppe e Giovanni Gioacchini, Cesare Bertarelli, Angelo Marinelli, Giovanni Rizzi, Angelo Domenicali, Enrico Ferroli, Gaetano Bartolini ed il dodicenne Antonio Arquati.

All’ex lanificio Ajani segue la chiesa di S. Rufina dove la tradizione dice esservi stata la casa paterna delle sorelle Rufina e Seconda martiri [11].
Chiesa ricordata fin dal XII sec. ed il prossimo monastero si afferma sia stato il palazzo Pontificio di Giovanni XIX (Romano dei Conti di Tuscolo - 1024-1032) abitato pure nel 1236 da Gregorio IX (Ugolino dei Coti di Tuscolo - 1227-1241) (quivi via e piazza S. Rufina).
Il campanile è del XII sec. ed ha la base su quella di una torre militare romana.
Da esso i zuavi fecero fuoco sugli insorti di casa Ajani.

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[1])             In quell’epoca le case erano a mattoni  con porte e finestre greco-romane e con portici a colonne e scale esterne per le più popolari. Le riparazioni venivano fatte con il materiale sottratto ai monumenti antichi. Ma del resto fino al sec. XVII: “A riguardo dei palazzi, Roma risplende di nobile architettura; nulla però tanto nuoce alla loro bellezza quanto l’uso dell’impannate di carta (in luogo dei vetri)” dice Bartolomeo Spranger (1546-1611) e precisamente: ”.... Etiam chartae oleo illitae in usum fenestrarum conglutinatae deturpant” (P. Romano).

[2] )            Il predicato “de Anguillaria” venne alla casata dal possesso del feudo, prima avrebbe avuto nome “Cere” (l’etrusca Agylla).

[3])             Un cenotafio è un monumento sepolcrale che viene eretto per ricordare una persona o un gruppo di persone sepolte in altro luogo.

[4] )            “Caffarelli” da Bartolomeo Caffareo, uno dei 9 senatori di Roma, nel 1186.
Fu, anche, offerto un banchetto a Carlo V in Trastevere, dal cardinale Lorenzo Campeggio (1474-1539). Il pranzo, essendo Quaresima, fu di magro, di 12 coperti, composto da 7 servizi di cucina (vivande calde) e da 5 di credenza (vivande fredde). La tavola fu imbandita con 4 tovaglie profumate e finemente ricamate, con vassoi, forchette, cucchiai e boccali, il tutto di oro zecchino cesellato. Il numero delle portate fu di circa 200, composte essenzialmente da pesci, cioè: lamprede, tonni, triglie, tinche, storioni, sgombri, lucci, carpioni, cefali, trote, ombrine, orate, rombi, calamari, anguille, aragoste, gamberi, granchi, ostriche, telline, ecc. Il menu, ad esempio, portava scritto: “Astris, (cioè gamberi) di mare giganti (aragoste) cotti in vino, serviti mondi la coda et le zanche, quali furono inorate (dorate) et argentate. – Pezzi di storione scorticati, arrostiti allo spiedo, serviti con confetti sopra. – Code di locuste fritte, coperte di marmellata di amarene, servite con arancetti e confetti sopra. – Teste di storione allessate in bianco, servite con viole paonazze e gialle sopra. – Pasticci di tartaruga con cipollette battute alla veneziana e uva passa. – Corvi allessati in aceto rosato, con zenzero e radiche di cardi. – Finte spalle di vitello fatte con polpa di anguille e di triglie, servite con zucchero e sugo di melanzane".

[5] )            Cosimo de’ Medici, nel 1435, a nome del comune, dette la cittadinanza fiorentina a Baldarcio d’Anghiari, conte d’Anguillara, da trasmettersi in perpetuo ai suoi discendenti e gli fece accettare d’esser capo delle soldatesche della Repubblica. Gli donò una casa, che fu incorporata nel convento di San Firenze, nella strada che attualmente si chiama via dell’Anguillara.

[6] )            La Bolla riconosceva ad una serie di famiglie, tra cui gli Anguillara il riconoscimento di nobiltà di primo grado.

[7] )            Lucrezia Orsini, madre e tutrice di Flaminio, Everso ed Elena Anguillara, “vendette il palazzo per 400 scudi da 10 paoli a scudo”.

[8] )            Fino ad oltre la metà del XIX secolo, all’Arcaccio della torre, esisteva una fornace di vetri che si trasferì poi al Testaccio. L’arco dell’Annunziata, da un’immagine ch’era dipinta sotto l’arco ora demolito, era un’antica posterula nella cinta delle case.

[9] )            Una lapide sulla porta della chiesa ricorda i benefici elargiti da papa Benedetto XIV (Prospero Lorenzo Lambertini - 1740-1758) alla Congregazione Avignonese della Dottrina Cristiana, nel 1748.

[10] )           L’antica piazza, che prende il nome di Piazza Giuditta Tavani Arquati, fu Piazza Romana, già “platea Bucii Romani” cioè di Jacobuzzo Romani, erede di Giovanni Bonaventura che aveva qui il suo palazzo. Romani de Roma discendevano dai Guidoni de’ Papareschi. Nel 1212 ebbero un cardinale.

[11] )           Secondo l’agiografia, le SS. Ruffina e Seconda vennero condannate perché cristiane e condotte in prigione. Sotto le finestre del loro carcere fu dato fuoco ad una montagna di letame perché le due sorelle soffrissero in mezzo a quel fumo, ma poiché le vergini restarono indenni, furono gettate poi nell’acqua del Tevere. Non ottenendo ancora lo scopo prefissato, le sante vennero condotte a Buxo (Boccea) per essere quivi decapitate; e qui, dove nel 260 venne eretta una chiesetta (oggi ruderi), furono eseguite nella località detta Selva Nera. I numerosi miracoli, poi avvenutivi fecero dal popolo chiamare quel posto "selva candida", e la chiesetta, verso il IV o V secolo, venne  eretta a diocesi ed unita poi a quella di Porto, da Callisto II (Gui de Bourgogne - 1119-1124) nel 1119 o 1120. La diocesi di Porto creata, forse verso il secolo III, ebbe per primo vescovo S. Ippolito che convertì al cristianesimo Flavia la madre dell’imperatore Alessandro. L’antica cattedrale sorgeva nell’isola Sacra, ove oggi si indicano i resti di un pozzo, presso il quale S. Ippolito avrebbe subito il martirio.

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Lapidi, Edicole e Chiese :

- Via della Lungaretta
- Chiesa e Monastero delle SS Rufina e Seconda
- Piazza Giuditta Tavani Arquati

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