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STRADE DELLA ROMA PAPALE

Via di San Teodoro (Campitelli-Ripa) (dal Foro Romano a via dei Cerchi)

La via ricalca l’antico "vicus Tuscus[1] che, partendo dalla via Sacra all’altezza della Basilica Giulia [2], divideva questa dal tempio dei Castori.

Il “Vicus”, attraverso  il  Velabro,  collegava  il Foro  Romano  con  quello  Boario, fiancheggiando, a sinistra, quella grande aula domizianea, detta, per errore, il tempio del Divo  Augusto  e  sul  quale  Caligola (37-41) avrebbe  poggiato il ponte in legno [3] che evitava l’attraversamento del Foro congiungendo il "clivus Victoriae” al “clivus Capitolinus”.

Vengono appresso gli "horrea Agrippiana[4]  (X regio) al posto dei quali non sappiamo quali edifici ci fossero nell’epoca repubblicana, ma quasi certamente dovettero esserci solo case private, così come accadde in seguito nel medioevo quando, sopra una parte della loro area, fu costruita la chiesa di San Teodoro, [5] che dette così il nome alla via.

Niccolò V (Tommaso Parentucelli - 1447-1455) "fece di nuovo la chiesa di San Teodoro doi volte, la prima acconciò la vecchia, la quale, acconcia che fu, cascò dai fondamenti, et lui rifece un poco più in là e poco minore che non era" (l’accorciò).
Ma della "vecchia" si sa solo che, sotto Gregorio I (590-604), era già diaconia e che cessò di esserlo con Sisto V (Felice Peretti - 1585-1590).

La chiesa, a cella rotonda con tre nicchie agli estremi delle tre crociate (una funziona da abside), fondata sul secondo cortile degli "horrea”, era chiamata dal popolino di Roma col nome di Santo Toto, ed a questa le madri portavano  i loro bambini infermi, onde ottenerne la guarigione dal santo.
Annesso alla chiesa, vi era un archivio assai antico che andò disperso dopo il sacco di Carlo V (1527) e fra le reliquie, oltre quelle dei martiri di Giorgio ed Agata, possedeva "unum ferrum lanceae”.

Nel XVI secolo, fu da questa chiesa portata in Campidoglio la lupa di bronzo che una leggenda  voleva   fosse  quella che  Atto  Navio [6]  avrebbe  posto  sotto  il  fico sacro [7]..

La tradizione popolare riteneva, infatti, che il fico sacro al Comitium fosse quello stesso del Lupercale [8], sotto il quale si fermò la cesta con i due gemelli e che Navio aveva prodigiosamente trasferito nel Comizio, vicino al palazzo sacro.

Ma la statua della Lupa, a cui erano stati aggiunti Romolo e Remo  fin dal 296 a. Ch., che è adesso in Campidoglio, non è quella che era custodita nel santuario sacro a Fauno Luperco, ai piedi del “ficus ruminalis”, [9]
La  statua  Capitolina  è  opera  d’arte  etrusca, del  V   secolo  a.Ch.  ed  era  priva di gemelli, fino al nostro Rinascimento e, come risulta nelle monete più antiche di Roma, la lupa è in atteggiamento diverso.

Santa Anastasia, chiesa palatina di corte bizantina, ebbe certo in origine il nome di Anastasis (resurrezione) e faceva riscontro all’Anastasis di Costantinopoli, a sua volta imitazione dell’Anastasis sui luoghi santi di Gerusalemme.
Contraltare all’“ara maxima” e alla rotonda del tempio di Ercole, tradizionalmente eretti da Evandro.
Santa Anastasia diventò la prima fra le chiese titolari di Roma e, quanto a dignità, seguiva immediatamente la basilica Lateranense e quella di S. Maria Maggiore.
Eretta nel IV sec., nel 403 il prefetto Longiniano vi costruì il battistero e papa Ilario (461-8) il mosaico absidale. La sua erezione viene attribuita a Costantino che le avrebbe dato il nome della sorella.
Altra tradizione la dice eretta nella casa di Publio, marito di Anastasia, e di Pretestato, suo padre.
Titolo fin dal IV secolo, si vuole ne sia stato titolare San Girolamo ed un calice con cui si dice che il Santo abbia celebrato e che viene annualmente esposto. Presso il suo altare è scritto: “In isto loco promissio vera est et peccatorum remissio”.

Il professor Carlo Cecchelli rileva che “proprio nella zona in cui doveva trovarsi la caverna del “Lupercal” e dove Augusto aveva fatto una serie di costruzioni menzionate nell’epigrafe ancirana delle RES GESTAE (Lupercal fecit) esiste oggi la basilica di Santa Anastasia, la quale è certamente del IV secolo”.
E dopo diverse considerazioni e rilievi conclude: “che qui, o nelle vicinanze immediate, possa identificarsi il luogo del famoso Lupercal, che ricordava il mito delle origini di Roma e che la Basilica del IV secolo (che aveva in origine una strana forma a pianta centrale) poté invaderlo, ovvero gli si pose accosto”.

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[1]          Il nome Tuscus è dovuto ad una collettività di Etruschi trasferitisi a Roma fin dal VI secolo a.C., i quali finirono per farne il centro dei loro commerci.
Da questo, le iscrizioni delle loro botteghe di "vestiarii”, “purpurarii”, “turarii”, ecc. e “Turarius”(venditori d’Incenso) fu anche chiamato il vicus, dalla prevalenza di questi ultimi.
Mal frequentato , molti autori definirono questi trafficanti "impia turba”.
Plauto (254-184 a.Ch.) nel Curculio dice: "Dietro al tempio dei Castori e al Vico Etrusco si raccoglie la gente schifosa e di cattiva fama".
A conferma, anche Varrone scrive: "ab eis (Tuscis) dictus vicus Tuscus et ideo ibi Vortumnum stare, quod is deus Etruriae princeps” (Da loro fu chiamato Vicus Tuscus, e quindi, dicono, la statua di Vertumno si trova lì, perché è il dio principale dell’Etruria). E il sacello, che sembra fosse un "ianus” con sotto la statua del dio e che si trovava all’angolo del Vicus con la via Sacra, fu spostato più a sud per la costruzione della Basilica Giulia.

[2] )        Fra la Basilica Giulia ed il vicus Jugarius, in luogo imprecisato, esisteva quel lacus Servilius che era una piccola fontana scoperta, molto antica che scomparve circa nell’epoca imperiale. La zona del “Lago Servilio”, da Seneca (4 a.Ch.-65 d.Ch.), fu chiamata "spoliarium proscriptionis Sullanae”, e da Cicerone (106-43 a.Ch.) fu detta funesta per i Romani tanto quanto il lago Trasimeno, perché intorno al "lacus” vi furono appese le teste dei Senatori condannati da Silla (138-78 a.Ch.). Festo dice che Menenio Agrippa (63-12 a.Ch.), ad ornamento della fontana, pose una “effigies hydrae”.

[3] )        “Super templum divi Augusti ponte transmisso, Palatium Capitoliumque coniunxit” (Svetonio 69-150). Ora se il "templum novum divi Augusti” è quello che si crede avesse la fronte a ponente e corrispondesse, circa, alla chiesetta di Santa Maria de Gratiis (inclusa nell’ospedale della Consolazione), è invece su questo  che poggiava la prima campata del ponte che attraverso la seconda, sul “Vicus Jugarius”, terminava al “Clivus Capitolinus”.

[4] )        Horrea Agrippiana - Nella Roma dei primi anni, quando la popolazione era poco numerosa, erano sufficienti i mercati del Velabro e della via Sacra. Con l’aumentare dei cittadini fu necessario istituire delle Horrea. Il portico fabario, il vico frumentario, il vico bubulario, ecc. Così per le diverse industrie: vico sandalario, iugario, vitrario, unguentario, inter falcarios, inter lignarios, argentario, etc.
Presso il Foro, tra il vicus Tuscus e il clivus Victoriae è stata rimessa in luce, dal Boni, la prima delle 3 cohortes degli "horrea Agrippiana".
Essa presenta sui lati una fila di celle che si aprono sotto un portico che recinge un’area (lastricata di travertino) in mezzo alla quale si eleva un sacello con ancora a posto l’iscrizione dedicatoria al Genio protettore degli horrea. L’area, originariamente libera, è stata rinvenuta occupata da celle stabilite senza fondazioni sul lastricato di travertino.
Gli horrea si chiamavano semplicemente “Agrippiana” e non erano privati ma di Stato. Fondati verosimilmente da Agrippa, ebbero modificazioni, rifacimenti, ampliamenti nell’età dei Flavi e poi nell’età severiana.
Quando all’annona di Stato si sostituì la beneficienza ecclesiastica, gli “horrea Agrippiana” divennero “horrea Eclesiastica”; nel mezzo di essi, cioè nella seconda “cohors”, si eresse, nel sec. VI, la chiesa diaconale di S. Teodoro. A compenso del terreno della II cohor vigilum, da essa occupato, l’area libera della prima fu riempita di celle, come detto. Gli horrea funzionarono fino al IX secolo.

[5] )        La chiesa di San Teodoro, fu, con l’oratorio di San Cesario in palatio, monumento dei bizantini cristiani. Ugualmente, il vicino San Gregorio, cavaliere greco, ricostituito da Leone III (795-816) e Santa Anastasia o Anastatis e non lontano da Santa Maria in Cosmedin (abbellita) con l’attigua "Schola greca” (vedi via della Greca - Ripa), chiesa che ne aveva una omonima a Costantinopoli.
Forse i “diversa officia palatii urbis Romae” che governavano in nome di Bisanzio, sotto la guida del Vicario d’Italia e del Cartulario (Funzionario amministrativo, che si occupava solitamente dell’erario o a cui venivano affidati altri importanti incarichi), esercitavano dal Palatino tale attrazione che anche la curia del Senato diventò il santuario di Sant’Adriano di Nicodemia, come anche greca fu la Chiesa diaconale dedicata ai santi eufratesi, Santi Sergio e Bacco, presso l’arco di Settimio, e perfino Santa Maria in Ara Coeli fu abitata, con i suoi monaci, da un Hegumenos (abate).
Certo che a San Teodoro il mosaico dell’abside è d’influenza bizantina, per quanto il restauro fattone da Urbano VIII (1623-44) lo avesse già trovato molto rimaneggiato.

[6] )        Navio era un Augure che, per mostrare la sua ispirazione divina, aveva tagliato una pietra con un rasoio (Livio, I, XXXVI).

[7] )        Nel periodo della Repubblica, il fico sacro fu colpito dal fulmine e perciò fu recintato con una balaustra; ma nel 77 d.C. rifiorì quasi improvvisamente, dopo oltre otto secoli, con grande gioia del popolo che era affezionato a quest’albero, che aveva salvato Romolo.
Colitur ficus arbor in Foro ipso ac comitio Romae nata, sacro fulguribus ibi conditis: magisque ob memoriam eius, quae, nutrix fuit Romuli ac Remi conditores imperii in Lupercali prima protexit, Ruminalis appellata, quoniam sub ea inuenta est lupa infantibus praebens rumim - ita vocabant mammam - miraculo ex aere iuxta dicato, tamquam in Comitium sponte transisset, Atto Navio augurante". "Nec sine praesagio aliquo arescit, rursusque cura sacerdotum seritur.” (Plinio il vecchio).
Eodem anno Ruminalem arborem in comitio, quae octingentos et quadraginta ante annos Remi Romulique infantiam texerat, mortuis ramalibus et arescente trunco deminutam, prodigii loco habitum est, donec in novos fetus reviresceret". (Tacito, annali, libro XII, 58).

[8]              Lupercalia - I primi quattro giorni erano una preparazione ai Lupercali cui si sacrificava sulla via che conduceva al Circo, alle falde del Palatino. I Luperci [(sotto Caio Giulio Cesare (100-44 a.C.)] si dividevano in tre corporazioni: dei Quintigliani, dei Fabiani e  dei Giuliani le quali partivano dal Lupercale, dando luogo a cerimonie in cui si scannavano delle capre. Condottivi, poi, due giovanetti nobili, alcuni col coltello insanguinato del sangue delle capre, toccavano la loro fronte. Subito altri li ripulivano, con lana bagnata nel latte, mentre i giovani appena forbiti (puliti) dovevano ridere.
Tagliate quindi le pelli delle capre in corregge, nudi o quasi, correvano per la città colpendo con quelle tutti coloro che incontravano. Le donne non ne schivavano le percosse credendo che esse aiutassero ad ingravidare e a partorire felicemente.
Il 15 febbraio del 44 a.C., mentre impazzava nel Foro la gazzarra dei Lupercali delle tre corporazioni, il futuro triunviro Antonio, che guidava, in qualità di capo dei Luperci Iulii, lo sfrenato rito, salì sui rostri e, arringato il popolo dichiarandosi interprete di questo, offrì una corona con il diadema regale al dittatore. L’episodio raccontato da Plutarco, Velleius Patere, Cicerone ed altri, ci dice che Cesare, forse vedendo che la “claque” non riusciva a trascinare all’approvazione tutto il popolo, allontanò Antonio che cercava di porgli la corona sul capo. La corona  fu, con l’approvazione di tutti, destinata a Giove capitolino, “che è il vero e l’unico re dei Romani”.
Dopo il decadimento degli ultimi tempi della Repubblica, risollevati  nella riforma di Augusto, i Lupercali si mantennero fino all’epoca di papa Gelasio (492-96) che li sostituì con la festa della Purificazione (processione delle torce accese nella Candelora).

[9] )        Nel 296 a.C. gli edili "eodem anno Cn. et Q. Ogulini aediles curules....ad ficum Ruminalem  simulacra  infantium conditorum Urbis sub uberibus lupae posuerunt” (Livio X, 23.12).

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Lapidi, Edicole e Chiese :

- Via di S. Teodoro
- Chiesa di S. Teodoro
- Chiesa di S. Anastasia

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