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STRADE DELLA ROMA PAPALE

Piazza e Via S.Croce in Gerusalemme[1] (R.XV – Esquilino) (vi convergono viale Carlo Felice, via Nola, via Eleniana, via di Santa Croce in Gerusalemme che arriva fino a viale Manzoni)

Dalla basilica ch’è la trasformazione di un’aula del “Sessorium” (palazzo imperiale di Eliogabolo 218-22, forse chiamato dall’uso che ne faceva l’imperatore), che era vicino all’anfiteatro castrense

Nell’epoca costantiniana fu aggiunto all’aula un abside che ne cambiò l’orientamento. Il nome di Santa Croce fu aggiunto alla chiesa, dopo il sec. IV, che fino ad allora era stata chiamata “Sancta Hierusalem”.
Sant’Elena[2] portò a Roma una porzione del legno della S. Croce e una parte del titolo o iscrizione (I.N.R.J.) fattavi apporre da Pilato, uno o due chiodi della Crocifissione, e, molto brobabilmente qualche spina della corona con cui Cristo era stato martoriato[3].
Dapprima le reliquie furono deposte in una cappella semisotterranea della Basilica e perciò nell’anno 433 ai tempi di Sisto III era detta “Basilica Heleniana”.
Sulla porta della cappella si leggeva e si legge: “In hoc cappellam sanctam – Hierusalem non possunt – Intrare mulieres sub pena – excomunicationis nisi tanctum – semel in anno scilicet in – die dedicationis eiusdem – que est XX Martii”.

La cappella aveva un mosaico ed un’epigrafe postavi nel 425 da Galla Placidia con Valentiniano III (425-55) ed Onoria, suoi figli, che terminava con le parole “Votum solverunt”.

Nel sec. XVI le reliquie furono traslate in un’altra cappella e nel 1930 furono ricoverate in una nuova, appositamente costruita dall’architetto Florestano Di Fausto.

É da constatare che, certamente è qui che, l’immagine di Cristo sulla Croce, è stata venerata la prima volta[4]. Son dovuti passare due secoli perché appaia, sulle porte di S. Sabina, una prima rappresentazione della Croce, del resto assai timida, perché la plastica osi rappresentare un Dio sull’istrumento di tortura degli schiavi. 

La basilica, che si dice consacrata da Gregorio II (715-31) nel 720 e Benedetto VII (974-84), nel 975, costrusse presso la chiesa il monastero che Leone IX (1049-54), circa il 1050, e lo dette all’abate di Montecassino.

Alessandro II (1061-73) destinò i benedettini al convento di S. Maria in Pallara[5] e dette quello di S. Croce ai canonici regolari di S. Frediano di Lucca che vi rimasero per 250 anni.
Lucio II (1144-5) iniziò grandi opere di restauro che furono compiute da Eugenio III (1145-53).
Urbano V (1362-70) vi spese 3000 fiorini e vi collocò i Certosini che rimasero, finché Pio IV (1559-65) nel 1560 li trasferì a S. Maria degli Angeli, fatta edificare da Michelangelo, sostituendoli a S. Croce con i Cistercensi[6] lombardi, già a S. Saba, che vi risiedono tuttora.
Benedetto XIV (1740-58) rinnovò completamente la basilica e spianò la collina, situata presso la medesima, lungo il tratto delle mura urbane, fra la basilica Lateranense e la chiesa, colle che era chiamato “cipollaro” dalla coltivazione che vi si faceva, specialmente di agli che servivano al popolino per la festa di S. Giovanni, com’è uso anche ora.

Fra i monumenti sepolcrali è quello di Benedetto VII (974-88) nella cui epigrafe è accennato all’antipapa Bonifacio VII (974) che dopo aver occupato il soglio pontificio,  aveva fatto strangolare  in  Castel   S. Angelo il papa  Benedetto VI (973-4).

Una cerimonia caratteristica era quella che si celebrava la quarta domenica di quaresima. Terminato il rito stazionale[7] il papa, che portava  in mano la rosa d'oro, (simbolo delle gioie celesti  nel giardino della mistica Gerusalemme) al ritorno, la donava al Prefetto di Roma (da qui l’uso anche nel presente, dell’invio della Rosa d’Oro)
Solenni funzioni, nel VIII sec., venivano celebrate nella Basilica durante la settimana santa[8]. Importantissima quella del venerdì santo, nella quale il “Domnus Apostolicus” (il papa), a piedi scalzi con il clero, portava processionalmente dal Laterano “ad ecclesiam Hierusalem” la reliquia della croce[9], che dopo averla adorata e baciata, la faceva baciare al popolo, prima di ritornare al Laterano, dopo la lettura delle lezioni e del “passio” e la recita di altre preci.
Fino alla rinnovazione di Benedetto XIV (1740-1758) (l’odierna facciata) la chiesa aveva mantenuto la sua primitiva forma, e risulta, che fino allora si erano conservati gli avanzi del “Palazium Sessorianum”, e il portico e la fronte della basilica avevano qualche analogia con quella di S. Lorenzo "extra muros”.

Negli horti Variani[10] era il "Palatium Sessorianum o Sessorium", forse ispirato da un primo nucleo di monumenti che dette l'idea ad Elagabo di trasferirvi il nuovo centro burocratico necessario per le aumentate esigenze della corte imperiale nella sua vita rappresentativa.

Per quanto Settimio Severo (193-211) avesse allargato artificialmente il Palatino, questo risultava ancora inadeguato alla vita fastosa della Corte.

Così nei giardini che furono di suo padre e che per la sua assunzione al trono appartenevano al demanio imperiale, Eliogabalo vi fece sorgere in poco tempo una basilica, un anfiteatro e un ricco edificio termale.

Il Sessorium, ch’era l'edificio principale, dette il nome a tutta la località e presso vi sorse la grande basilica i cui resti si trovano nel giardino della caserma dei granatieri.

Del Sessorium si sa soltanto che Sant'Elena ne trasformò una parte per erigervi la chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, mentre della basilica battezzata dal Bufalini (XV sec.) "tempio di Venere e Compidine” si sa che serviva come una specie di palazzo di giustizia per le sentenze imperiali e come la sede dei consigli di Stato " (consistoria). Dell'aula che misurava metri 33 x 24,50 non resta che l’abside terminale.

L'altro edificio, l'Anphiteatrum Castrense (diametro massimo metri 89 minimo 78) doveva servire per i combattimenti delle fiere e degli uomini, dati dagli imperatori privatamente alla stessa corte imperiale.

Unico anfiteatro eretto  in  Roma,  dopo  quello  di  Flavio,  quando  Aureliano (270-275) costruì le mura, lo incluse nel recinto[11].

È da allora che deve esserne cessato l'uso, anche per la decadenza avvenuta degli spettacoli circensi e per il trasferimento della corte dal complesso Sessoriano.

Le Terme originarie, distrutte da un incendio, furono ricostruite dalla madre di Costantino.

A nord del palazzo, collegate con esso per mezzo di giardini, erano nel XV secolo quasi completamente in piedi, mentre oggi al di fuori di alcuni avanzi in opera laterizia, ritrovati nel costruire le case fra Santa Croce in Gerusalemme e la via Umberto Biancamano, non resta che un'iscrizione: "La nostra signora Elena, madre del Venerabile Imperatore Nostro Costantino Augusto e ava dei nostri Beatissimi e Fiorentissimi Cesari[12] queste terme distrutte dall'incendio ricostruì".

Appartiene a queste terme la conserva di acqua di almeno 12 ambienti, alla quale faceva capo un ramo dell'acqua Alessandrina, condotta a Roma da Alessandro Severo, (222-235) che fu rinvenuta all'angolo fra via Eleniana e via Germano Sommeiler.

_________________________

[1]    All’angolo fra via S.Croce in Gerusalemme ed il viale Manzoni, nel gettare le fondamenta del grande garage della Fiat, fu trovato un ipogeo sepolcrale, composto di una camera superiore e di due sotterranee. La camera superiore è dell’età di Settimio Severo (193-211), quella inferiore sotterranea di sinistra è dell'epoca secondii Antonini (fine del II, inizio del III), l'altra sotterranea di destra, con le figurazioni che ornano le sue pareti, offre con una interpretaziione diversa di quella che si dà a quella di sinistra. Da questo l’attribuzione dell’ipogeo degli Aurelii, da parte di alcuni archeologi, ai fedeli cristiani, mentre da altri viene attribuito ai Simoniani, ai Montanisti, agli Gnostici, ai Carpacraziani ecc. Al Viale Manzoni (Labicana) l'ipogeo di Aurelio Felicissimo, ornato di pitture simboliche di carattere gnostico. Vi è pure la serie degli Apostoli, fra i quali San Pietro: e poiché ipogeo e pittura sono del III secolo, abbiamo qui il più antico ritratto in  pittura degli Apostoli.

[2]    Prima di essere sposa di Costanzo Cloro, era stata, secondo S. Ambrogio, una « stabularia » (stalliera).

[3]    Reliquie - Fu verso il 326 che la madre di Costantino, Elena, di ritorno dall'Oriente, sbarcò ad Ostia, dopo aver compiuto il voto da lei fatto, in seguito ad una celestiale visione: quello di impossessarsi del “sacro Legno della Croce" ancora conservato nei pressi del sepolcro di Gesù. Per l'uso degli ebrei di seppellire gli strumenti del supplizio vicino al sepolcro del giustiziato, per cancellarne la memoria per sempre, la croce di Gesù Cristo, anzi le tre croci, i chiodi, il titolo e altri strumenti, furono fatti scomparire in quella vigilia di Pasqua, in una fossa vicino al sepolcro nuovo offerto da Giuseppe da Arimatea. Inoltre Adriano (117-138), nel costruire i templi pagani di Gerusalemme, coprì senza volerlo e conservò sotto il terreno di riporto le reliquie. Elena, secondo anche la testimonianza di Eusebio di Cesarea (260 326),  rinvenne il 14 settembre del 324, nei pressi dei templi Adrianei ogni cosa. Per distinguere la croce del Cristo da quella dei ladroni, intervenne il vescovo Macario e soprattutto il fatto della guarigione miracolosa di un'inferma.
Elena tuttavia lasciò una cospicua parte del sacro legno a Gerusalemme. Purtroppo la insigne reliquia fu poi presa come bottino di guerra dal re dei persiani Casroe II nel 614 e restituita a Gerusalemme da Eraclio I dopo la sconfitta di Cosroe (622-6).
Insieme alle reliquie ritrovate, Elena trasportò nella sua nave, ammassandone i sacchi sul ponte, terra del Calvario, perché nelle sue intenzioni c'era quella di coprire il suolo di un oratorio da erigersi in Roma, nel quale conservare il sacro bottino ricavato dalla spedizione.
La parte della Croce, da lei prelevata è oggi nella basilica Eleniana di Santa Croce in Gerusalemme, sotto un tabernacolo di marmi pregevoli. La tabella, la spina, il sacro chiodo sono custoditi in altri reliquiari della basilica.
Ma non tutto il legno portato da Elena resta a Santa Croce. Molti frammenti furono scheggiati per essere inviati a personaggi ed a chiese. San Gregorio Magno (590-604) ne inviò una porzione a Recaredo, re e dei Visigoti di Spagna; Leone X nel 1515, contentò Francesco I di Francia con altra piccola parte; altrettanto fecero Pio VI, Pio VII e Pio IX in altre occasioni.
Reliquie del Sacro Legno furono collocate sull'obelisco di piazza San Pietro e sul baldacchino del Bernini così pure un pezzo considerevole della croce fu per ordine di Urbano VIII conservato nel pilone di destra della cupola di S. Pietro, nel sacello corrispondente alla loggia che sovrasta la statua di Santa Elena.
I chiodi - Uno anima la corona ferrea custodita a Monza. Un altro fu adoperato per ornare il morso del cavallo dell'imperatore Costantino. Un terzo si venera nel Duomo di Milano.
Altri conservati in chiese diverse sono poco attendibili per i documenti che dovrebbero comprovarne l'origine. La Colonna della flagellazione è nella basilica di Santa Prassede  in Roma (Vedi Monti).
Alta circa 70 cm ha un diametro di 45 cm e corrisponde così ai dati della tradizione. Gesù, legatovi, dovette stare curvo nel ricevere le percosse.

[4]    La ripugnanza che ispirava il segno della Croce – di cui solevano segnarsi col marchio rovente, gli schiavi – era assai più profonda di quella che ispira oggi la forca. E a causa di questa profonda ripugnanza per il supplizio infame, i cristiani si astennero, di regola, (fin verso il sec.VII) di mettere troppo in evidenza la scena di Gesù inchiodato alla Croce. Narra S. Gregorio di Tours (anno 593) che a Narbona una pittura rappresentante “Nostro Signore steso sulla croce” fu coperta perché turbava i fedeli. Di questa rappresentazione però, non mancano esemplari, e fino al 650, l’archeologo Leclerc ne ha trovato 13 esemplari (in pietre preziose, ampolle, pergamene,  sculture) fino al grande Crocifisso delle Catacombe di S. Valentino (625-45). La preferenza però era per la figura di Gesù sotto l’immagine dell’Agnello, spesso unitamente alla figura umana (come nel Buon Pastore) oppure per la semplice croce. Non mancano, poi, nei secoli II-V, rappresentazioni delle scene principali della Passione: si rappresenta anche Gesù che cade sotto la croce, che è flagellato; ma giunti alla Crocefissione, si esita di rappresentarla e si traccia la Croce con ornamenti simbolici.
Pena della crocifissione – Pena prettamente romana, destinata alla schiavitù.
In origine, inventata forse dai Fenici che con i loro rapporti commerciali l’avevano propagata fra i popoli del Mediterraneo e dell’Oriente. In Roma era usata del resto, solo eccezionalmente e comunque mai per i cittadini romani. In effetti fu adoperata solo nel vasto impero. In Palestina entrò nel 63 a.C. con la conquista di Pompeo Magno.
Dice Cicerone nell’orazione contro Verre: “Sommo ed estremo supplizio destinato alla schiavitù”. Ed ancora “che un cittadino romano sia legato è un misfatto, che sia percosso è un delitto; che sia ucciso è quasi un parricidio. Che dirò dunque che è appeso alla Croce?  Ad una cosa tanto nefanda non si può in nessun modo dare un appellativo sufficientemente degno”.
La crocifissione veniva usata in tre forme: La prima detta “immissa” o “ capitata” (┼) perché la lastra verticale veniva spezzata da un’altra orizzontale, lasciando fuori un braccio corto sul quale poggiava il corpo del condannato.
La seconda “commissa” aveva solo tre braccia (come un T), mentre la terza era la croce “decussata” o di sghembo (X).
Sulla prima croce, ad un’altezza conveniente da terra, vi era inchiodata una specie di zoccolo detto in greco “pegma” ed in latino “sedile” o “cornu” onde evitare che il suppliziato, non sorretto dalla “pegma” non avesse lacerate le carni dai quattro  chiodi che lo sostenevano, e precipitasse a terra.
A cavallo di tale zoccolo, i piedi del condannato risultavano da terra per l’altezza di un uomo ed anche meno, ed erano, come le braccia, inchiodati al legno, sotto il “sedile”, con due chiodi.
Una variazione dell’altezza era applicata quando la crocifissione era unita alla condanna “ad bestias”, nel quale caso si chiamava “crux humilis” mentre “crux sublimis” era quella suddetta.
Il condannato, dopo la sentenza, doveva subire altri due tormenti, la flagellazione e il trasporto del legno minore detto dai latini “furca” (Originariamente, uno strumento agricolo destinato a reggere il plaustro che era un carro a due o a quattro ruote impiegato per il trasporto di merci levandone in alto il timone), o del “patibulum”, cioè la sbarra che di notte, chiudeva i portoni delle case.
Questo grosso palo veniva appoggiato o addirittura legato alle spalle del reo, quando iniziava il viaggio per il luogo dell’esecuzione. Tale posto era sempre scelto in un luogo frequentato e sopraelevato, per dare pubblico spettacolo delle sofferenze della morte del crocifisso e perché ne sortisse un effetto... salutare.
Quattro soldati, al comando di un centurione (“l’exactor mortis”) costituivano la guardia, ed un servo di giustizia che portava il “titulus” (la colpa del reo, descritta) precedeva il corteo. Per le strade frequentate, sempre per dare la maggiore pubblicità, il reo, fra le ingiurie e le percosse del popolo, avanzava, carico della sbarra, verso l’estremo supplizio.
Giunto, il reo veniva denudato, e si procedeva l’inchiodatura che veniva fatta stendendo il condannato sopra il palo orizzontale. Le braccia venivano stirate dai carnefici fino al punto preparato per fare entrare i chiodi. Poi, per mezzo di una fune che lo stringeva al petto e che passava sull’estremità del palo verticale conficcato in precedenza, il crocifisso veniva sollevato fino a disporlo a cavalcioni sull’incomodo sedile - « crucem ascendere, crucem excurrere, in crucem tollere, elevare, ecc. ».
Una volta sollevato il reo dalla terra e issato sullo “stipide”, il “patibulum” o “furca” veniva fissato con corde, e per ultimo si inchiodavano i piedi del condannato. Non erano questi sovrapposti usando un solo chiodo, ma tenuti separati (anche a causa dello zoccolo) e fermati con due chiodi.
Sotto lo sguardo di una folla inbestialita, il disgraziato, che era ancora e sempre insultato, passava le ore della sua agonia per lo più solo e senza neanche il conforto di parenti ed amici, che difficilmente in quella tragica ora si mostravano fedeli. Il suo corpo livido e tumefatto attendeva la liberazione dalla morte, ché nessun aiuto era permesso.
Afferma Origene (185-254): “Vivono talora l’intera notte e l’intero giorno con sommo spasimo” e si ricorda che nel 1247, uno schiavo crocifisso a Damasco morì solo al terzo giorno.
Il dissanguamento, l’infezione tetanica, gli strazi della fame e più ancora della sete erano le cause del decesso, ma la più immediata, secondo alcuni scienziati, era dovuta alla impossibilità del sangue di irrorare il cervello: trattenuto nei polmoni, impediva i moti del cuore e dopo molti tormenti cagionava la morte dell’infelice.
Avvenuto poi il trapasso, il cadavere, lasciato sulla croce fino alla decomposizione, fino allo scempio che ne facevano i cani dal basso e degli uccelli dall’alto.
É solo dai tempi di Augusto (30 a.C-14 d.C.) che fu concesso ai parenti di riprendere il cadavere del giustiziato e di seppellirlo degnamente.

[5]    O S. Sebastiano sul Palatino dove nel 1118 vi fu eletto Gelasio II e nel 1352 fu residenza dell”Abbas abbatum” di Montecassino.

[6]    Hanno il privilegio, dal 1302 di confezionare gli Agnus Dei (Agnello pasquale).

[7]    Statio=sosta, fermata cioè sosta nella penitenza. Adunanze nelle quali veniva celebrata la Messa solenne con la distribuzione della comunione, generalmente, nei giorni di penitenza e nei Titoli. Quaresima e Stazioni Quaresimali - Il giorno delle ceneri, che inizia (cau iuni) la quaresima, ha gli accenni più antichi negli "Ordines Romani" che dicono: "Ponifex dat cinerem" ma mentre prima anche al Papa venivano impartite le ceneri col "Memento oo ecc..", più tardi si escluse da questa formula di ammonimento il Pontefice perché, ricordando questo rito le antiche pubbliche penitenze, ed essendo esse una specie di giudizio ecclesiastico, non poteva soggiacervi il Papa. Pare che siasi cominciata a tralasciare sotto Urbano V(1362-70) e anche oggi l'imposizione delle ceneri al Pontefice, è fatta senza la formula con un segno di Croce.
La Quaresima, fino al 1870, era severissima. Chiusi i teatri ad ogni spettacolo di lirica e di commedia. Le famiglie dell'aristocrazia continuavano i ricevimenti nei giorni stabiliti, ma il the era servito semplicemente con limone, senza latte e senza paste. Le prescrizioni sull'astinenza, emanate a ogni tornare di Quaresima, dovevano essere severamente seguite, e però era proibito ai mascellari e alle trattorie (pena la pubblica fustigazione) fornire cibo di grasso ai clienti, senza la presentazione di un certificato medico. E per evitare confronti e scandalo, ogni trattoria aveva un luogo appartato dove erano i tavoli per gli ammalati. Durante i cosiddetti catechismi, quando, cioè, avevano luogo nelle parrocchie le istruzioni religiose, dalle 10 alle 12, i caffè e le tabaccherie e i luoghi di pubblico ritrovo dovevano restare chiusi.
Del resto, per la cucina di magro, c'erano sapienti ripieghi e saporose ricette e trattati speciali sul vitto quaresimale a Roma (celebre quello di Paolo Tacchia - 1600).
Proprio e solo di Roma è il rito delle Stazioni, che si riallaccia alle pie pratiche della Chiesa primitiva. Come si comprende bene che nei primissimi tempi del cristianesimo fosse possibile in Roma ai fedeli di riunirsi in un unico luogo col Pontefice, così ancora si comprende come ciò non potesse durare a lungo data l´esuberante vitalità ed il rapido diffondersi della nuova Religione. Quando perciò cresciuti al gran numero di fedeli furono istituiti i Titoli urbani perché vi andassero tutti coloro che non potevano più prendere parte all'azione liturgica presieduta dal Pontefice, fu naturale che venissero fissati e stabiliti i luoghi dove il Papa avrebbe celebrato nelle domeniche ed in altri determinati giorni dell'anno, corrispondenti agli anniversari dei martiri. Il luogo, dove celebrava il Papa in uno dei Titoli o delle Chiese di Roma, era detto "Stazione". Gregorio Magno (590-604) regolò le cerimonie che vi si dovevano compiere e stabilì i giorni fra i quali fissò tutti quelli della Quaresima per una Stazione. Tuttavia il ciclo stazionare romano della Quaresima potè dirsi completo, più tardi, dopo l'VIII secolo. Il sabato della Tempora è dedicato alla consacrazione dei sacerdoti, e questo avveniva presso la tomba del Principe degli Apostoli.
Il Papa Nicolò V diede nuovo impulso alla celebrazione delle Stazioni, che s'era andata illanguidendo e Sisto V riprese l'antica consuetudine di recarsi a Santa Sabina il giorno delle ceneri confermando la Stazione e la processione, con una bolla.
A tempo di Gregorio Magno le chiese stazionali erano circa 43 mentre il numero dei giorni di stazione erano almeno 101, nel corso dell'anno, come si rileva dalle indicazioni del "Messale Romano".
Il cardinale Ugonio nel 1588, dedicandola la sorella di Sisto V, donna Camilla Peretti, scrisse la "Historia delle stazioni di Roma che si celebrano la quadragesima, dove oltre le Vite dei Santi si tratta delle origini, fondationi, siti, restaurationi, ornamenti, reliquie e memorie di esse chiese antiche e moderne".

[8]    In seguito a S. Pietro.

[9]    Il ritrovamento della Croce per opera di S. Elena avvenne il 14 settembre 320. La restituzione all’imperatore Eraclio, che la consegnò in Gerusalemme il 3 maggio 630, fu fatta dai Persiani.

[10]   Nei pressi di Porta Maggiore ed aveva attigua la località detta "ad Gemellos". I giardini di Spes Veteris sarebbero identificabili con quelli Variani, appartenenti al padre dell'imperatore Elagabalo (218-222) e perciò divenuti poi Imperiali. L'obelisco, che si crede ornasse la tomba di Antinoo e ch’è oggi al Pincio, è dato da altri come rinvenuto in questi horti.

[11]   Iniziata la costruzione da Aureliano, quando gli Alemanni si erano spinti sino a Fano, fu compiuta da Probo (276-82). L’anfiteatro Castrense è attribuito all'età di Elagabalo (218-22).

[12]   Costantino II, Costante e Costanzo (338-40).

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